
Obbligazioni Portugal Telecom, Oi fallita di nuovo: perché la strada per recuperare passa dalla banca
Per chi ha ancora in portafoglio le obbligazioni Portugal Telecom, da Rio de Janeiro arriva una notizia che pesa. La Prima Camera di diritto privato del Tribunale di Rio ha confermato all’unanimità il fallimento di Oi, il gruppo brasiliano che dal 2013 si è fatto carico dei debiti dell’ex compagnia telefonica portoghese. È proprio la società che, sulla carta, dovrebbe rimborsare i risparmiatori italiani.
Cosa ha deciso il tribunale di Rio
Il fallimento non è una novità assoluta. Era già stato dichiarato nel novembre 2025. Poi era stato sospeso dopo i ricorsi di alcune grandi banche creditrici brasiliane, tra cui Itaú Unibanco e Bradesco, che puntavano a tenere in vita la procedura di ristrutturazione. A fine agosto 2026, come riportato dall’ANSA, i giudici hanno chiuso quella parentesi e hanno confermato la decisione.
I numeri spiegano il perché. Oi ha debiti per oltre 44 miliardi di reais, circa 7,35 miliardi di euro, e un patrimonio netto negativo di più di 22,6 miliardi di reais. Secondo l’amministratore giudiziario, la società non aveva più nemmeno le risorse per le spese essenziali, e diversi fornitori avevano smesso di lavorare con lei perché non venivano pagati. I servizi telefonici non si fermeranno subito, perché sono considerati un servizio pubblico essenziale e passeranno sotto la gestione dell’amministratore. Resta la possibilità di un ultimo ricorso al Tribunale superiore di giustizia brasiliano, ma il quadro di fondo difficilmente cambierà.
Perché il piano di ristoro non era una base solida
Chi segue la vicenda sa che questa è solo l’ultima tappa di una lunga discesa. Le obbligazioni Portugal Telecom, con ISIN come XS0215828913, XS0462994343, XS0843939918 e XS0927581842, si erano di fatto azzerate già con il default di Oi nel giugno 2016. Da allora i risparmiatori hanno ricevuto soltanto promesse: prima il piano del 2018, poi la nuova “Recuperação Judicial” comunicata da Kroll nel 2024.
Quest’ultimo piano, già all’epoca, offriva prospettive molto deboli. Prevedeva obbligazioni subordinate con scadenza tra il 2044 e il 2050, cioè titoli più rischiosi di quelli ordinari. Prevedeva anche una clausola che permetteva all’emittente di chiudere la partita restituendo appena il 10-15% del credito. Tra le opzioni c’erano persino aumenti di capitale, cioè altri soldi da versare.
Oggi quel piano poggia su una società dichiarata fallita. E in un fallimento esiste una fila precisa: prima vengono pagati i lavoratori, fino a 150 salari minimi, poi i creditori garantiti e il fisco. I creditori chirografari, cioè quelli senza garanzie come gli obbligazionisti, stanno in fondo. Contare su un rimborso da Oi significa quindi aspettare a lungo, con il rischio concreto di non vedere nulla.
La banca che ha venduto i titoli: qui si gioca la partita
C’è però un’altra strada, che non dipende da quello che succede in Brasile. Riguarda la banca intermediaria che ha venduto le obbligazioni al cliente.
La legge italiana ed europea (Codice Civile, Testo Unico della Finanza, regolamenti Consob e direttiva MiFID) impone alle banche obblighi precisi. Devono informare il cliente in modo chiaro sui rischi del titolo. Devono fargli compilare il questionario MiFID e verificare che quell’investimento sia davvero adatto al suo profilo, alla sua esperienza e alla sua propensione al rischio. Non possono suggerire le risposte e non possono ignorare risposte incoerenti. Nella nostra esperienza, con le Portugal Telecom questi obblighi sono stati spesso trascurati, e titoli ad alto rischio sono finiti nei portafogli di risparmiatori che non avevano gli strumenti per capirli.
Quando la banca non ha rispettato queste regole, l’investitore può chiedere un risarcimento con una causa ordinaria in tribunale oppure con un ricorso all’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF) presso la Consob. Il vantaggio è evidente: la controparte è una banca italiana, solvibile, e la questione si decide in Italia, con regole italiane.
Cosa fare adesso
Il primo passo è recuperare i documenti: contratto quadro, questionari MiFID firmati, ordini di acquisto, estratti conto titoli ed eventuali comunicazioni ricevute da Kroll. Conviene poi muoversi senza aspettare oltre, perché i diritti non durano per sempre e la prescrizione va verificata caso per caso.
Martingale Risk ha già recuperato oltre 1,9 milioni di euro dalle banche intermediarie per più di 50 investitori in titoli Portugal Telecom, con ricorsi all’ACF e cause in tribunale. Offriamo un’analisi preliminare gratuita e non vincolante della posizione. Se ci sono i presupposti, finanziamo integralmente l’azione con la formula “No Win, No Fee”: il cliente non anticipa nulla e riconosce una percentuale solo sulle somme effettivamente recuperate.
Dopo dieci anni di attese, il fallimento di Oi dice una cosa chiara: la soluzione non arriverà da Rio de Janeiro. Può arrivare, invece, dalla banca che quei titoli li ha venduti.
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