Un investitore marchigiano tra il 2014 e il 2022 effettua una lunga serie di operazioni di acquisto e vendita di azioni ordinarie e diritti di opzione emessi da Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A., oltre all’adesione all’aumento di capitale MPS del giugno 2014, tramite i conti correnti accesi presso la propria banca intermediaria. La strategia seguita era quella del cosiddetto “mediare verso il basso” (averaging down): convinto che il prezzo delle azioni MPS sarebbe prima o poi risalito, l’investitore continuava ad acquistare man mano che il titolo scendeva, abbassando così il prezzo medio di carico, nella speranza di recuperare le perdite accumulate. Tuttavia, a causa delle vicende dell’emittente, il risparmiatore si è trovato con una perdita totale del capitale investito. Ha deciso quindi di rivolgersi a Martingale Risk. Dall’analisi dei nostri esperti tecnico legali, sono emerse alcune carenze imputabili alla banca che ha venduto i titoli. La banca, infatti, non ha consegnato i prospettivi informativi relativi agli aumenti di capitale; non ha presentato analisi di scenario, simulazioni di perdita o esempi concreti di possibili esiti negativi; e non è stata mai illustrata la situazione finanziaria deteriorata di MPS, il rischio emittente, il rischio di perdita totale del capitale, né la volatilità del titolo. Cica la profilatura MiFID dell’investitore, il primo questionario (2009) era scaduto al momento degli investimenti contestati (iniziati nel 2014), essendo antecedente di oltre tre anni; il titolo di studio risultava errato: diploma di scuola superiore invece della reale licenza media; la propensione al rischio era stata classificata come “molto alta”, in netta contraddizione con il profilo reale dell’investitore (commerciante ambulante, con reddito “incerto e/o saltuario” in fascia medio-bassa); era assente qualsiasi riferimento alla professione svolta. Come può la banca ritenere che un soggetto con reddito incerto e basso possa accettare la perdita totale del capitale investito? La risposta implicita è che il cliente non era stato messo nelle condizioni di comprendere il significato delle domande cui rispondeva. Con il nostro supporto, l’investitore ha citato in giudizio la sua banca dinnanzi al Tribunale di Pesaro: il giudice ha concordato con la nostra posizione ed ha condannato la banca a pagare il risarcimento di € 120.106,58 oltre interessi al nostro cliente.  

Sentenza vinta in 32 mesileggi la sentenza integrale